Dove sei vecchia amata “Piola”

Erano altri tempi, altri anni,

a dire il vero neanche poi così lontani, ma si sa tutto cambia velocemente al giorno d’oggi, ci sono mutazioni, cambiamenti ed evoluzioni e tanti passi che mi pare siano più a ritroso piuttosto che in avanti. Nell’era dello spogliarello culturale in cui viviamo il mio pensiero vola sempre più spesso al passato, che pur sapendo bene che non potrà tornare, accompagna con delicata nostalgia i miei attimi di solitudine.

Negli anni in cui nelle campagne starsene sdraiati sul pagliaio

masticando un filo di paglia, osservando un trattore o un vecchio cavallo che trainava l’aratro, mentre qualcuno di nascosto entrava in cantina per rubacchiare un bicchiere di vino, e nelle città lo sviluppo industriale prendeva forma, esistevano dei posti in cui a fine giornata tutto si fermava per lasciare posto alla spensieratezza.

Erano le vecchie “Piole”,

luoghi semplici molto diffusi nell’ottocento nella Savoia e conseguentemente in Piemonte, situati nei piccoli paesi ma anche in città, a Torino, soprattutto nelle periferie e sulle sponde del grande fiume Po un tempo chiamato Eridano. Ma andiamo con ordine: il termine “Piola” da dove deriva?

Molto probabilmente dal francese “piolle” e più precisamente dall’antico verbo “pier”

che significava bere. Poi con l’evoluzione della lingua attraverso i secoli si arrivò all’utilizzo del termine “piaule” o “piolle” per indicare un posto in cui si beve e di conseguenza a “pioller” ovvero l’oste.

Supposizioni o storia autentica?

Chi lo sa, di certo è che la “Piola” era un locale popolare dove oltre a bere si gustavano cibi tipici tradizionali e spesso si cantava, fischiava, suonava. Erano i ritrovi di un tempo passato ma anche dei più vicini anni 50, 60, 70. Poi con gli anni 80 l’inizio della decadenza, dell’oblio, della scomparsa dovuta sì ai cambiamenti epocali ma anche e soprattutto a quella “bastarda” burocrazia che in Italia ha fatto danni incalcolabili per dare lavoro alla nobiltà dei mangia pane a tradimento.

Le piole erano frequentate da pensionati, studenti, lavoratori,

maschi e femmine, ma anche preti e borghesi. Erano delle vere istituzioni dove si beveva vino rosso al bicchiere, si raccontavano storie, si suonavano la fisarmonica e la chitarra, dalle vecchie canzoni delle guerre fino agli anni rivoluzionari del 68.

Vino rosso oppure del bianco frizzantino

da accompagnare ai tomini elettrici, quelli piccanti, le tomette sott’olio, le acciughe al verde, il salame crudo e quello cotto, le uova sode, le tinche in carpione, pasta e fagioli, le frittate di cipolle e qualche volta il bollito; una cucina decisamente spartana ma indimenticabile. I vini, quelli del Piemonte di allora, forse meno raffinati rispetto a quelli di oggi ma pur sempre buon vino d bon vin: Barbera, Freisa, Dolcetto, Grignolino e nei mesi freddi il vin “brulé”.

Poi c’era la spuma, la menta, il tamarindo,

il caffè corretto grappa o anice e l’acqua rigorosamente del Sindaco: acqua del rubinetto. Quasi tutte le piole di allora avevano uno spazio esterno con tanto di campo per il gioco delle bocce e in genere non mancava mai una pianta di uva fragola. Il pergolato chiamato in dialetto tòpia garantiva l’ombra in estate mentre all’interno d’inverno ci si scaldava al fuoco della stufa, quella stufa che in Piemonte serve anche per cucinare e che si chiama putagé.

La piola non era una locanda, non una trattoria, non una taverna, non una cantina:

era la “Piola” dove si rideva, si giocava alle carte, si raccontavano storie vere o inventate, dove personaggi più che colorati si distinguevano dagli altri con il loro modo di vestire o di cantare, di fischiare o di raccontare solenni bugie.

Si fumavano sigari e sigarette nazionali, economiche,

in alcune potevi trovare il biliardino e il calcio balilla, ma soprattutto erano i luoghi dove ci si incontrava tra amici, tifosi della stessa squadra o militanti nello stesso partito politico. Alcune avevano la televisione, chiaramente in bianco e nero, e tra le voci si miscelavano i termini locali con quelli dialettali degli immigrati. Era piazza, via, corso, era l’Agorà della gente semplice, verace, genuina, magari alcuni erano dei fanfaroni ma pur sempre rustici.

Oggi si celebra l’apericena

ma allora in piola ti godevi la tipica merenda sinoira un misto tra aperitivo e cena che in Piemonte fa parte del DNA della gente. Odori, fumo, legna ardente nei camini, stufe accese, voci, respiri, i ricordi degli anziani che avevano vissuto il periodo bellico e le speranza delle nuove leve che sognavano un mondo libero.

E poi la fantasia dei nomi delle piole:

dell’amicizia, del borgo, tre scalini, tre galline, bue rosso, tre galli e tanti altri che hanno fatto parte della storia di Torino e dei piccoli paesini rurali. Oggi ci sono ancora dei locali che portano sull’insegna il termine “Piola” ma non sono più quelli di cui vi ho scritto. Forse c’è ancora qualche reduce in piccole località di campagna, ma nulla ha a che vedere con le piole di quegli anni.

Quelle atmosfere ormai sono parte della mia memoria

e di chi ha la mia età e ha ancora avuto la fortuna da giovane di frequentarle, di sedersi a quei tavoli di legno che sapevano di vita vissuta e non postata sui social di oggi. Quelle piole erano il vero stare insieme, il lieto fine di una giornata di lavoro o di studio, erano l’abbraccio fisico tra amici, strette di mano, sorrisi e intese.

Erano anche la cornice di sbronze storiche,

roba da farsi portare a casa dagli amici, ma che importa se qualche volta abbiamo ecceduto non facendo del male a nessuno se non pizzicando un pochino il nostro fegato. Ricordi, dolci e nostalgici ricordi che con affetto ritornano alla mente.

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