Francesco Faà di Bruno: la forza della Fede

Lo ricordo bene quel pomeriggio di primavera.

Stavamo passeggiando sotto i portici di via Po a Torino, io mia moglie Marina e l’amica collega Marisa Quaglia. Eravamo sul lato sinistro, ovvero quello che Vittorio Emanuele I volle interamente porticato per non bagnarsi durante le passeggiate in caso di pioggia. Tra una vetrina e l’altra passammo di fronte ad una libreria, Marisa ci fece cenno di aspettarla. Entrò e ne usci con libro impacchettato che gentilmente mi regalò. Me ne aveva parlato mesi prima e ci teneva tanto che lo leggessi: da buon torinese. Il libro in questione è “Il Mistero di Torino” (Mondadori 2004).

E’ un testo bellissimo scritto a quattro mani da due noti giornalisti che,

pur non essendo nati nella Capitale Sabauda, a Torino hanno vissuto e sono particolarmente affezionati. Sto parlando di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo. Non mi dilungo sui due autori e neanche sui contenuti del libro, la loro fama e capacità è ben nota al grande pubblico, mentre l’opera letteraria vi consiglio di cuore di leggerla di persona.

Un personaggio però,

ora lo chiamo così ma dopo cambierò il termine, legato alla Storia della Torino ottocentesca Messori me lo ha fatto scoprire leggendo le sue pagine. Lo ammetto, non conoscevo questa figura, nonostante per qualche anno durante l’infanzia ci abbia abitato a due passi. Ma andiamo con ordine.

Dall’età dei cinque anni fino ai nove ho vissuto in piazza Amedeo Peyron

e ogni volta che con mia mamma percorrevo la via Vagnone in direzione corso Principe Oddone, ero affascinato dalla vista di una chiesa e di un alto campanile: le vedevo come due costruzioni colorate all’interno di una grande corte cintata da un muro. Con la fantasia di bambino e la limitata conoscenza religiosa mi chiedevo cosa ci fosse all’interno per essere così colorate e vistose.

Sono trascorsi oltre cinquant’anni

da quei pomeriggi spensierati ed ora, grazie a Vittorio, ho finalmente avuto risposta. Messori nel libro racconta la sua permanenza durante gli anni torinesi in borgo San Donato, il borgo del campanile, una zona della città posizionata a due passi dalla mia piazza Peyron.

Nel descriverne deliziosamente la vita, i suoni e gli odori di quelle vie

in quegli anni passati lo scrittore non tralascia la storia del campanile e del suo ideatore e costruttore; ed ecco che il personaggio si rivela come il “Beato Francesco Faà di Bruno”. Ma chi era Francesco?

Francesco Faà di Bruno

è stato uno degli uomini più profondi e straordinari dell’ottocento torinese, un uomo umile e serio che ha dedicato buona parte della sua vita e dei suoi averi per il bene degli altri. Premesso che per narrare la storia del Beato sono stati scritti volumi minuziosi di centinaia di pagine da autori di prim’ordine, io vorrei in poche righe stimolare il vostro interesse per Francesco ed invitarvi già da ora ad approfondirne la conoscenza.

Se lo farete, credetemi, vi affascinerà così come ha affascinato il sottoscritto

nel momento in cui ne sono entrato a contatto; un uomo amato e stimato che merita una conoscenza popolare molto più ampia perché grandissima è stata la sua Opera a favore delle donne, in un contesto storico in cui i lavoratori poveri contavano veramente poco come persone. Ma chi era Francesco?

Ultimo di 12 dodici figli Francesco

nacque il 29 marzo 1825 ad Alessandria dal Marchese Luigi e Carolina Sappa dè Milanesi, una nobildonna. A soli nove anni perse in pochi mesi sia la mamma che il nonno paterno, motivo per cui il Marchese decise di mandarlo a Novi Ligure presso il collegio San Giorgio dei Padri Somaschi.

Al termine del percorso collegiale nel 1840 venne ammesso

all’Accademia Militare di Torino come allievo da dove uscì, sei anni dopo, con il grado di ufficiale e la specializzazione in armi dotte addetto al Corpo di Stato Maggiore. Francesco era bravissimo in matematica e topografia nonché nelle lingue straniere: parlava e scriveva francese, inglese e tedesco.

Da buon soldato del suo tempo

prese parte al fianco di Carlo Alberto alla prima guerra d’indipendenza, e fu in quel frangente di vita bellica che Francesco iniziò a sentire il bisogno di donarsi agli altri, avvolto da una fede profonda e da quel forte senso del dovere derivante dalla volontà di Dio. In quel contesto vide i massacri di tanti uomini dopo le battaglie di Novara e Custoza.

Venne nominato da Vittorio Emanuele II, succeduto sul trono a Carlo Alberto,

precettore di matematiche dei RR. Principi, e lo stesso sovrano lo inviò a Parigi per consentirgli di approfondire gli studi matematici alla Sorbona. Fondamentale fu il suo lavoro di redattore di carte topografiche delle quali lo Stato Maggiore dell’esercito piemontese deficitava alquanto.

A Parigi il Faà di Bruno conobbe Federico Ozanam

e la società vincenziana, e approfondì il suo percorso spirituale con il gesuita Armand de Ponlevoy che lo accompagnò sul rigoroso sentiero spirituale. Rientrato in Piemonte si adoperò per diffondere l’opera di San Vincenzo fondandone una ad Alessandria e poi si attivò per quelle di Torino, Mondovì e Vercelli.

Lasciato l’esercito si occupò della pubblicazione de

Il Galantuomo ovvero il primo almanacco cattolico torinese, della stampa del Manuale del soldato cristiano, curando contemporaneamente la sezione scientifica della rivista Il Cimento. Propose per primo la creazione di un osservatorio meteorologico per il Regno.

Tornò per un paio di anni nella capitale francese

dove lavorò all’Osservatorio Astronomico e si laureò a pieni voti nel 1856. Le sue tesi vennero date alle stampe. Durante il nuovo biennio parigino iniziò ad interessarsi a cosa si facesse in Francia e in Inghilterra a favore delle donne di servizio. Maturò il pensiero, una volta rientrato in Piemonte, di fare qualcosa per loro.

Prima di adoperarsi nel suo intento

Francesco visse il periodo dell’insegnamento universitario, organizzò corsi scientifici ad altissimi livelli, fu operativo nel suo liceo e presso l’Accademia Militare. Programmò e mise in pratica corsi di scienze per le ragazze della nobiltà. Le sue doti di scienziato erano conosciute e apprezzate a livello internazionale.

Tra le tante iniziative del Beato

di quel periodo è doveroso menzionare la Scuola di Canto presso la parrocchia di San Massimo a Torino nata nel 1853; un passaggio importante perché fu il primo a favore delle giovani donne. Il pensiero era quello di occupare le domeniche pomeriggio libere delle ragazze di servizio con l’educazione al canto: da questa iniziativa venne fondato il primo coro femminile di Torino.

Ma i piani di Francesco andarono ben oltre e passo dopo passo

questo uomo sensibile dall’animo nobile e cristiano diede vita a nuovi mondi per i suoi tempi e, soprattutto, per le donne. Nel 1857 creò l’oratorio femminile aperto a tutte le ragazze, motivo di aggregazione, formazione e di aiuto per le bisognose.

Arrivò l’anno 1859 e il giorno 2 febbraio Francesco

gettò le basi per la sua opera più importante: Santa Zita in borgo San Donato, allora periferia della città. Santa Zita fu l’evoluzione dell’oratorio e del coro, un luogo dove dare rifugio temporaneo alle ragazze disoccupate o a quelle che avevano perso il lavoro; un posto dove oltre al sostentamento si poteva avere un aiuto per trovare un’altra collocazione lavorativa più sicura, dopo un percorso di preparazione professionale e spirituale.

Non dimentichiamo che in quel tempo le ragazze di servizio

presso le famiglie nobili della città arrivavano da fuori, dalla campagna, erano per lo più donne ignoranti, prive della minima istruzione, spesso sfruttate anche dal punto di vista strettamente femminile. Una gravidanza inaspettata era motivo di licenziamento immediato. Francesco conosceva molto bene la realtà e sapeva che quelle poverette non avevano alcun modo di unirsi per difendersi dai soprusi. Quelle ragazze e donne rappresentavano il 6% della popolazione cittadina.

Per l’acquisto del fabbricato, dei terreni e il successivo sviluppo dell’Opera

Francesco impegnò tutto il suo patrimonio. Venne aperta una lavanderia interna al fine di creare lavoro e reddito, mentre il pensiero del Faà di Bruno era concentrato sul concetto che le ragazze, una volta inserite nelle famiglie, potessero esser un ripetitore della parola di Dio.

Sempre a Santa Zita venne creato un Pensionato

per signore di civile condizione con lo scopo di sopperire alla mancanza di strutture analoghe in città e per portare entrate monetarie utili al mantenimento del complesso.

Fu nel 1860 che nell’Opera si iniziò ad ospitare giovani povere,

con handicap o malformazioni fisiche, soggetti in condizioni disperate per la vita giornaliera e facili prede per lo sfruttamento. In contro partita le ragazze lavoravano a Santa Zita svolgendo le mansioni che si addicevano alle loro condizioni fisiche e psichiche. Nacquero così la Clarine o Figlie di Santa Chiara ovvero il personale stabile del centro. Fu avviata un’infermeria per le donne ammalate e prive di assistenza e a ruota reparti per le ragazze uscite dagli ospedali che non avevano terminato il periodo di convalescenza. Nel 1862 il Pensionato allargò le porte anche alle lavoratrici anziane che avevano trascorso la loro vita al servizio delle famiglie.

Francesco creò la Biblioteca Mutua circolante,

una libreria con tanto di servizio prestito dei libri a domicilio, lo fece per alimentare la cultura e la conoscenza della religione. Questa iniziativa ebbe poi estensione a livello nazionale e fu lodata e apprezzata da papa Leone XIII che nel 1879 diede la sua benedizione all’Opera.

Nel 1864 un’ala di Santa Zita venne destinata alle giovani educande

e nel 1868 Francesco rilevò un istituto magistrale femminile. Lo trasferì nella sua cittadella e vi organizzò corsi per giovani maestre capaci di educare i fanciulli in vari comuni d’Italia: se intendeva una sua ragazza in ogni famiglia parallelamente pensava ad una maestra in ogni comune. La fede prima di tutto.

Era una scuola dedita al sacrificio e alla scienza,

molte delle ragazze che la frequentarono erano sì, arrivate dalla campagna, ma avevano capito bene che con lo studio si sarebbero riscattate: molte di loro proseguirono con gli studi universitari conseguendo la laurea. Per meglio assistere le ragazze madri il Beato istituì la Pia Casa di Preservazione, ma lo fece al di fuori di Santa Zita, lontano dai pregiudizi, in modo tale che fosse un posto riservato e che proteggesse le ospiti dando loro dignità cristiana e umana.

Arrivò il 1881 l’anno in cui a Benevello d’Alba il Faà di Bruno

aprì l’Istituto San Giuseppe all’interno di un antico castello. Lo fece per le ragazze di quella bellissima ma altrettanto povera terra di Langa. Francesco fu il vero fondatore della Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio congregazione nata dalle sue fedeli aiutanti all’interno dell’Opera. Lui invece venne ordinato sacerdote a 51 anni, il 22 ottobre del 1876 e nel 1988 beatificato da papa Giovanni Paolo II.

Portò avanti con immenso amore tutte le sue iniziative

facendo costruire la chiesa e il campanile che tanta curiosità mi destarono durante i miei giorni di bimbo. Il campanile è un opera architettonica straordinaria, iniziata nel 1876 e terminata nel 1881. Disegnato da Francesco e studiato nel tempo da fior di architetti, il campanile ha una base limitata di soli cinque metri per cinque e svetta in altezza per settanta metri, che diventano settantacinque con la meravigliosa statua dell’Arcangelo Michele che con la mano destra invece di impugnare l’elsa della spada impugna la croce.

Come ho detto, per scrivere sulla vita e le Opere di Francesco Faà di Bruno

occorrono centinaia di pagine e ridurre le meraviglie create da quest’uomo in un breve articolo è quasi offensivo: ma credo che lui sappia che l’ho fatto con il cuore, perché quando entri in contatto con Francesco ti si apre un mondo colorato come il suo campanile. Ringrazio Vittorio Messori che me lo ha fatto conoscere e che tanto lo ama.

Presso Santa Zita,

con ingresso da via San Donato al numero 31 trovate la bellissima casa museo dedicata al Beato: oggetti personali, strumenti scientifici, alcuni vere primizie per l’ottocento, carte, dipinti, documentazione storica e molte curiosità; e poi delle volontarie gentilissime che vi raccontano tutto sull’uomo di scienza, sul soldato, sul musicista, sul sacerdote Francesco. I suoi studi, le sue invenzioni e intuizioni da uomo di vedute protese al domani, delle tante iniziative sognate, volute e realizzate a favore delle donne di quel tempo.

Io a distanza di mezzo secolo, da quelle passeggiate con mamma,

al museo ci sono stato, ho visitato la splendida chiesa e con grande affetto ho affrontato i 300 scalini del campanile: salendoli ho beneficiato di una vista deliziosa di Torino e, soprattutto, mi sono sentito più vicino a Francesco.

Il Beato Francesco Faà di Bruno

è morto a soli 63 anni, il 27 marzo del 1888, tre mesi dopo la scomparsa del caro amico Giovanni Bosco. La tomba è posta all’interno della sua chiesa.

Con profonda devozione.

Open chat

Il sito non utilizza cookie per fini di profilazione ma consente l’installazione di cookie di terze parti anche profilanti. Cliccando su ACCETTO, l’utente accetta l’utilizzo dei cookie di terze parti. Per maggiori informazioni maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi