I vini langaroli di Peter Thomsen

Una storia come tante o una storia diversa?

Una bella domanda, che mi pongo da solo. Ho scritto in varie occasioni di stranieri appassionati delle nostre terre, e per nostre intendo tutto lo stivale, che hanno trasformato l’amore per l’Italia, quasi sempre per i prodotti enogastronomici, in scelte di vita vere e proprie. Un primo viaggio, gli assaggi, la scoperta, e poi il ritorno, la comprensione più approfondita delle specialità, la bellezza dei territori, una terra che trasuda di storia e tradizioni.

Chi è arrivato come turista, chi per motivi di lavoro, ma in tanti quelli che sono tornati

e messo radici iniziando un percorso di produzione proprie di quelle eccellenze di cui rimasero affascinati sin dal primo incontro. E così ci troviamo ad avere produttori esteri di formaggi, oli, salumi e soprattutto di vini, al sud come al nord.

Ma questa, pur essendo in apparenza, una storia come tante altre ha una sua dimensione,

un’equazione che la rende particolare. I protagonisti sono: un “Danese”, Peter Thomsen, il buon vino, una deliziosa casa colonica in pietra locale e Benedetta. Tutto ebbe inizio nel 1996 quando Peter, manager di una grossa azienda, durante una trasferta di lavoro in Italia restò ammaliato da “Ca’ Barun” ovvero la casa del barone. La casa è posizionata a 380 metri di altitudine a Santo Stefano Belbo (CN), il paese dove nacque Cesare Pavese.

In realtà Peter stava lavorando a Milano

ma il buon vino lo aveva sempre attirato e dove andare per bere bene se non nella Langhe. Nelle giornate di pausa dagli impegni professionali iniziò così non solo a godersi gli eccellenti vini del territorio ma anche la dolcezze di quelle colline tanto decantate.

Dalla Danimarca, dalla graziosa Copenaghen alle vigne piemontesi, il passo fu breve trasformando il manager in imprenditore agricolo part time. Oggi la sua vita si divide tra la Scandinavia e il Piemonte arricchita dai profumi del vino e solo la fisionomia e l’accento lo tradiscono: per il resto, ha assorbito l’essenza di questa terra che ti penetra appena la avvicini.

L’investimento sull’Italico suolo, oltre alla casa del barone, comprende un ettaro di vigneto,

che si estende ai piedi della terrazza di fronte al cascinale. L’uva Freisa è di casa, affiancata dal Pinot nero. Da allora, dai primi passi langaroli, Peter ha saputo cogliere l’anima di questo eccezionale, troppo spesso sottovalutato vitigno, parente stretto del celebre Nebbiolo.

Mai commercializzata prima di 24 mesi, affinata in tonneau e barrique,

la Freisa di Peter è una gran signora che non sente gli anni; dai colori brillanti, sempre fresca in bocca e dal tannino elegante, pieno, mai aggressivo. Oltre ai vini prodotti dal singolo vigneto Peter seleziona altre produzioni della zona per le quali le etichette vengono da lui stesso ideate e ne commercializza le bottiglie nel suo paese d’origine. Selezioni di Arneis, Barbaresco, Barolo, Barbera d’Asti e Nas-cetta vinificate da altre aziende. Tutti vini che devono rigorosamente sposare in toto la filosofia di Peter: piccole produzioni, uve aziendali, elevata qualità e sostenibilità.

Manca una componente: l’amore. No, non manca assolutamente, la compagna di Peter è italiana, anzi astigiana, si chiama Benedetta Bona una ex dirigente aziendale che gestisce a pochi chilometri un piccolo hotel, lo “small hotel” di Neive uno dei borghi più belli d’Italia.

Le Langhe, i grandi vini, una casa d’altri tempi e una compagna italiana, un poker vincente per un’avventura straordinaria.

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