La scuola per borsaioli del “Balon”

Mi accomodo in poltrona.

Per qualche ora mi terranno compagnia le pagine di un vecchio libro su cui l’autore ha impresso storie, misteri e leggende di Torino; spettri, fantasmi, vecchie dimore, detti popolari e cronache risalenti alla metà del 1800. Mi piacciono molto questi generi di letture, in parte perché legati alla mia città nativa e in parte perché hanno il potere di portarmi con la fantasia ad accarezzare l’idea di essere anche io parte integrante di quel periodo.

Forse noi tutti, socchiudendo gli occhi,

almeno una volta abbiamo pensato di vivere in un’altra epoca rapiti dal fascino di luoghi ed azioni che la storia ci ha consegnato. Un epoca di cui abbiamo sentito parlare, letto dei libri, visto film sapientemente interpretati da validi attori magistralmente diretti da grandi registi.

Momenti del passato

dei quali vorremmo respirarne i lati belli, armoniosi, carichi di passione e innamoramenti da favola. Ma la storia si ripete sempre, come mi diceva l’insegnante di lettere alle scuole medie, e per tale ragione ogni epoca ha avuto i suoi momenti positivi e negativi, chiari e scuri, da ricordare e da dimenticare.

Sfoglio il mio libro con avidità letteraria,

le pagine hanno il piacevole odore della carta invecchiata e nel susseguirsi delle situazioni raccontate dallo scrittore mi imbatto nella scuola per borsaioli, a conferma di quanto appena detto tutto si ripete e la vita vissuta da tanti soggetti ai margini della legalità non ha epoca.

Il borseggio è antico come l’uomo

e nel suo essere deplorevole e illegale ha qualcosa di artistico, di grande scaltrezza, di notevole capacità e sangue freddo: non si può essere un borsaiolo improvvisato, bisogna studiare ed applicarsi, con costanza e serietà, perseveranza e intuizione dando sempre l’impressione di essere delle brave persone.

Siamo dunque nella prima Capitale d’Italia, l’anno è il 1864,

quando un tale di nome Francesco Pignata soprannominato “Cichin” in uno scantinato di via Borgo Dora all’odierno numero 6, fonda la scuola per borsaioli. Se pensate che gli allievi siano pochi vi sbagliate di grosso, non solo, il maestro è decisamente pignolo ed esige dai suoi adepti molto impegno obbligandoli ad esercitarsi per ore e ore. Ha costruito un manichino rotante munito di molti campanelli con il quale gli studenti del furto devono imparare ad estrarre qualsiasi cosa dalle tasche senza farli suonare.

Ma attenzione, ho detto che anche i borsaioli

devono studiare e non solo la pratica ma anche la teoria che gioca un ruolo fondamentale per il buon svolgimento dell’attività. Il Pignata a tale scopo non tralascia le lezioni teoriche con le quali insegna agli aspiranti diplomati del borseggio come imparare a conoscere le persone danarose, come districarsi in mezzo alla gente e riconoscere al tempo stesso i poliziotti e le guardie.

Dopo le prime lezioni il maestro porta gli allievi nei mercati

e capisce subito dal loro comportamento se sono idonei alla tipologia di studi, se sono dei potenziali laureati e se è meglio che cambino ateneo. Passano gli anni e per molto tempo la scuola procede senza intoppi nella sua attività fino a quando, grazie ad una soffiata alla polizia, succede qualcosa.

In realtà lo scantinato è mascherato molto bene

e le ricerche poliziesche non danno esito positivo ma mettono in allarme il Cichin che preferisce per sicurezza trasferire la sede scolastica. Viene dunque spostata nelle vecchia via degli Straccivendoli, ora Goffredo Mameli al numero 10, sempre in cantina ma con una uscita di sicurezza nella casa vicina.

Il Pignata invecchia e passa il testimone al figlio Nicolino,

abilissimo borseggiatore, che oltre a continuare con l’attività di famiglia si ingegna e inventa il trucco del braccio al collo. Parlo di quella tecnica che consente al ladro di lavorare in tranquillità in mezzo folla allontanando qualsiasi sospetto. Nicolino ha fantasia da vendere, si organizza e crea dei veri gruppi di lavoro.

La sinergia è di rigore,

c’è chi ruba e passa subito la refurtiva ad un collega in modo tale che se viene fermato dalla polizia non ha nulla addosso. C’è chi studia la potenziale vittima, chi mette le mani nelle tasche, chi nasconde e protegge.

Questo strano lavoro da borsaiolo viene chiamato in gergo “tira loje”,

fondamentale è l’utilizzo dell’indice e del pollice che uniti diventano delle pinze capaci di penetrare fino al fondo delle tasche dei mal capitati. Anche i vari borsaioli hanno dei soprannomi in base alle loro capacità, c’è il “lesto” solitamente un soggetto molto abile, il “lofio” chi non riesce e fallisce; il mingherlino “schisset” e il robusto “ciciu, tor”.

Alla scuola dei Pignata si insegna

a pinzare i portafogli ma anche a tagliare con un colpo netto la stoffa degli abiti al livello delle tasche, gli arnesi utilizzati per questa operazione sono di fabbricazione della mala. Si tratta di coltelli dalla lama affilatissima e molto corta in modo da poterli nascondere facilmente, il taglio che offrono è talmente preciso che quasi nessuno se ne accorge. Sono chiamati “saccagni” termine derivato dai borsaioli francesi “saccagner” e a Torino è il mezzo con il quale i nostri ladri fanno ottimi bottini specialmente durante le fiere e le esposizioni internazionali.

Gli allievi non sono solo maschi, anzi,

a fine corso sono quasi sempre in maggioranza le donne rispetto agli uomini a laurearsi. Bisogna essere operativi tutti i giorni perché un giorno d’ozio manda tutto in fumo e tre portano direttamente in prigione. Mai perdere l’allenamento!

Questi specialisti del prelievo illegale

agiscono nei momenti di affollamento dei negozi, agli ippodromi, nei caffè, nei teatri e poi ci sono i primi tram. Individuano la vittima, cercano portafogli e orologi, lavorano sempre in gruppo, sono minuziosamente organizzati per potere fuggire in ogni momento e sono abilissimi nel passarsi di mano in mano la refurtiva.

Le donne sono bravissime a fare cadere il guanto davanti ad un gentiluomo

che subito si china per raccoglierlo, ed è in quel preciso istante che i complici in pochi secondi tagliano e prelevano. Se poi la vittima viene derubata per via delle avance galanti della borseggiatrice mai e poi mai si sogna di chiamare la polizia, la moglie lo castigherebbe ancora più dolorosamente.

La scuola dai Pignata è la scuola del Balon,

siamo a due passi dal grande mercato di Porta Palazzo mentre in città nel frattempo ne sono nate altre sull’onda del successo di Cichin. Un altro borsaiolo dalla fervida fantasia è Paolo Garis detto “paolino”, ha ideato e inventato altri ferri del mestiere, corti forbici, lamette protette da un turacciolo, arnesi adeguati per tagliare catenine e borsette. Ma il suo capolavoro è un anello dotata di una piccola lama nel castone che con una semplice pressione esce e taglia ogni stoffa.

Il borsaiolo è un mestiere serio qui al punto che i borseggiatori

e le borseggiatrici sono raggruppati in una associazione che, pur essendo illegale, rispetta regole e norme. I ladri si aiutano tra di loro, provvedono a procurare un avvocato a chi è in prigione e non tralasciano di sostentare moglie e figli mentre il collega non può lavorare.

Una storia del passato

che di certo non si è mai interrotta, sono cambiati i tempi e i metodi, ora si parla di scippi veloci e fuggitivi, ma le mani sono sempre all’opera. Per ora basta, chiudo il bellissimo libro che porta la firma di Alberto Fenoglio, anche io oggi ho borseggiato, ho rubato a lui una storia della mia Torino.

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