Quando scrissi di Castel del Rio

Quando arrivai a Castel del Rio era già pomeriggio inoltrato.

Avevo trascorso la giornata nel centro di Bologna per seguire la manifestazione MortadellaBo e durante il tragitto ne avevo approfittato per una sosta a Dozza per vedere ancora la rocca e i famosi murales.

Arrivato in paese presi alloggio in un simpatico alberghetto famigliare

e mi riposai un poco prima di scendere per la cena. Ad attendermi al tavolo un gruppetto di amici del posto e una buona cucina casalinga, ricordo ancora degli ottimi tortellini in brodo, come vuole la più radicale delle tradizioni e quel gradevole calore che mi ricordò l’atmosfera di casa.

Avevo raggiunto Castel del Rio per gustarmi dal vivo la Sagra del Marrone,

prodotto tipico di quella zona, ma anche per conoscere meglio la storia di quel lembo di terra baciato dal fiume Santerno, confinante con la Toscana, in provincia di Bologna ma geograficamente in Romagna e non in Emilia: un luogo fondato nel periodo rinascimentale.

L’indomani mattina di buon ora incontrai Alberto Baldazzi, il primo cittadino,

e con lui mi recai subito a vedere un monumento, nazionale da fine 800, che testimonia le vestigia rinascimentale del paese. Sto parlando di un celebre ponte, la cui costruzione ebbe inizio nel 1499 e richiese ben 20 anni per il passaggio del primo carro.  Le cronache del periodo vogliono che dopo vari tentativi di costruzione andati a male, soltanto dopo la visita in loco di Leonardo Da Vinci, di transito per Imola, il ponte, dopo l’ennesimo tentativo, rimase su con tutto il suo corpo.

Dati certi di questo tocco del genio leonardiano non ve ne sono al riguardo,

ma alcuni disegni di Leonardo inerenti ad un ponte simile e proposto al Visir di Costantinopoli si: quelli si ci sono. Il ponte, realizzato a schiena d’asino e alto 42 metri, fu motivo di riscossione denaro come gabella per il passaggio delle merci in quanto unico ponte sul fiume nell’alta valle del Santerno. Al suo interno vi sono ancora le stanze dove alloggiavano i preposti a tale riscossione.

Con Alberto, una volta lasciato lo storico ponte,

mi recai nel centro del paese dove è situato il palazzo della famiglia Alidosi del XVI secolo – purtroppo non rimane quasi nulla del Castellaccio costruito tra il XIII e il XIV secolo – al cui interno si possono trovare il museo del castagno e il museo della guerra. Per quanto riguarda il castagno si trova molta didattica sulle tecniche colturali della pianta e dei frutti che hanno rappresentato per molto tempo buona parte dell’economia contadina del territorio.

Il museo della guerra linea Gotica,

ricco di oltre 2 mila reperti e documenti quasi interamente donati, è il più ricco dell’Emila Romagna in fatto di quantità di materiale, ed è stato fondato per volontà della gente nel 1978. Reperti della prima e seconda guerra, dell’attività partigiana e delle deportazioni. Il museo è visitabile tutti i giorni vestivi e su richiesta per le comitive anche gli altri giorni. Merita veramente.

Nel frattempo anche le vie del paese si erano messe in movimento

per la Sagra e Castel del Rio era diventato un piccolo/grande paese in fermento. Bancarelle cariche di prodotti tipici e soprattutto colme di Marroni. I Marroni di Castel del Rio IGP sono dolci e profumati; più grandi delle castagne sono facilmente pelabili (sia il pericarpo che l’episperma) e sono chiaramente un prodotto totalmente naturale. Amatissimi dagli esperti in materia per secoli sono stati fonte di sostentamento per le popolazioni di montagna e della valle; per via della facile conservazione furono anche usati come merce di scambio, motivo per cui ancora oggi questi Marroni sono conosciuti e apprezzati in vari paesi del mondo.

In autunno ne si assapora appieno tutta la loro bontà ma,

grazie alla capacità delle genti che ne hanno imparato i metodi di conservazione, si possono gustare fino alla primavera inoltrata. Le piante non richiedono trattamenti e anche per la conservazione dei frutti ci si affida alla sola acqua. Vengono immersi per qualche giorno in modo tale che si abbia una sorta di germogliazione iniziale che viene però subito bloccata. Li si lascia asciugare e si utilizzano nei mesi dopo la raccolta autunnale. Anche la forma oblunga li distingue dalla castagna e sono buonissimi cotti “brusè” sullo stile delle caldarroste. Il riconoscimento europeo IGP ne garantisce la qualità e l’autenticità di Marrone autoctono locale.

Le bancarelle e le casette di legno, produttori e commercianti, Marroni e derivati:

dolci, frittelle, polenta, tutto preparato con farina dei Marroni dell’anno precedente e nelle vicinanze di tali postazioni, da una parte della piazza, i fuochi con le grandi padelle forate, i brusadûr, pronte per la cottura di chili e chili di Marroni bruciati. Con la farina non dimentichiamo che si realizzano anche i pani e le tagliatelle mentre i Marroni li possiamo trovare in tavola nel contesto di ricette importanti: faraona o coniglio ripieni di Marroni, oppure le minestre le zuppe e ancora torte e dolcetti.

Come in ogni sagra che si rispetti non sono mancati i momenti dedicati al buon cibo

curati e preparati dai volontari della Pro Loco di Castel del Rio, io mi sono intrufolato nelle cucine con la scusa di parlare con il capo della Pro Loco, Giancarlo Righini, e nel frattempo ho trovato ogni ben di Dio. Tortellini, tagliatelle, salsiccia con fagioli, salamelle alla piastra, tigelle, gnocco fritto, salumi e via dicendo.

Non contento di tale abbondanza ho però voluto, come mio solito, esagerare.

All’albergo locanda Corona sono andato a trovare Claudia Donattini e mi sono fatto preparare i cappellacci con i Marroni. Si fanno con la sfoglia classica dei cappellacci che si deve poi tagliare a quadretti di 5 cm, mentre il ripieno è costituito da una purea di Marroni e della marmellata di pesche. Si chiudono a mano come il tortellino bolognese e in cottura si fanno solo sbollentare per qualche minuto, poi devono essere conditi con olio evo e pepe nero: ragazzi che goduria!!!

In quella stessa giornata ebbi un’altra fortuna tanto inattesa quanto gradita.

In paese si festeggiava un personaggio che ebbe a che fare con Castel del Rio, il grandissimo disegnatore Roberto Raviola (Bologna, 31 maggio 1939 – Imola, 5 febbraio 1996) conosciuto come Magnus. Magnus scoprì Castel del Rio a cavallo tra gli anni sessanta e settanta e divenne Alidosiano definitivamente dal 1988 rimanendoci fino alla scomparsa; tra i suoi capolavori gli indimenticabili personaggi di Alan Ford e il Tex, quello grande chiamato Texone. Anche Bonvi (Franco Bonvicini), per dovere di cronaca è giusto menzionarlo, ebbe a che fare con il paese dove si trasferì nel 1992 e dove rimase sempre al fianco dell’amico Magnus: ricordiamo le sue celebri Sturmtruppen. Mancò pochi mesi prima di Roberto.

Che giornata ricca e intensa, vissuta tra storia, ricordi, emozioni e sapori.

Un ponte del 1500, un museo della storia più recente, i Marroni, tanto semplici quanto importanti nei secoli, e i disegni dei grandi artisti contemporanei. Poi gli amici e le amiche di questa terra di confine tra Romagna e Toscana.

Una bella giornata, grazie a tutti.

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