Ricordi di Fiera: Sant’Orso Aosta

Allo scadere del primo mese dell’anno,

nei giorni 30 e 31, da tempi remoti va in scena la Fiera di Sant’Orso di Aosta. La leggenda vuole che la data iniziale della manifestazione risalga addirittura all’anno 1000 e, molto probabilmente, un fondo di verità c’è. Si pensa e si narra che allora proprio davanti alla chiesa di Sant’Orso lui stesso, prima di diventare Santo, distribuisse ai poveri vestiti e calzari, quelli di legno chiamati ancora oggi “sabot”. A dire il vero Sant’Orso è del VI secolo quindi la fiera potrebbe essere molto più antica.

Personalmente in più edizioni ho sfidato il freddo di montagna

per essere presente all’evento e ogni volta che ho avuto l’opportunità di raggiungere la Valle ho sempre scoperto, vissuto e assaporato cose buone e momenti piacevoli. Ne ricordo molto bene una quando ben vestito con guanti e cappello, mi tuffai per le vie del centro città gremite da migliaia e migliaia di persone. Un tempo la fiera era motivo di discesa delle genti di montagna per raggiungere il borgo e acquistare gli attrezzi per il lavoro e gli indumenti per la vita di tutti i giorni. Gli artigiani dal canto loro raggiungevano Aosta con i loro prodotti di legno, ferro battuto, pietra, stoffa, vimini, cuoio.

E così rastrelli, botti, scope, calzature e quant’altro

era motivo di scambio e di compra vendita. Sull’onda di quelle antiche tradizioni la Fiera conserva ancora il suo aspetto artigianale e popolare. Ancora oggi decine di venditori propongono i loro articoli, alcuni fatti a mano come un tempo, e a loro si sono aggiunti gli artisti, spesso di altissimo livello, e le postazioni dove potersi scaldare gustando i piatti tipici della Valle. Sono punti gestiti dalle Pro Loco dei paesi limitrofi mentre i prodotti in vendita possono essere sia quelli già citati, in ferro, legno, pietra, ma anche le vere eccellenze gastronomiche della Valle d’Aosta.

Dalla celebre Fontina D.O.P. al Fromazdo D.O.P.,

dal piacevolissimo Lardo di Arnad D.O.P. al pregiato Jambon de Bosses D.O.P., dai distillati ai vini, i dolci, il miele, le confetture, la mocetta.  Inoltre si trovano le moderne macchine agricole di ultima generazione, quelle più indicate per una agricoltura, quella della regione, classificabile come “eroica”. Che si parli di produzioni enologiche, zootecniche o agricole in genere, la montagna è sicuramente una terra più impegnativa da lavorare.

La Fiera di Sant’Orso ormai da molto tempo

si può definire a tutti gli effetti fiera agricola per via del meraviglioso intreccio che pulsa tra l’artigianato e l’agricoltura, tra la storia e le tradizioni valligiane. Le tipicità, comprese quelle di un tempo, perdute per anni e riscoperte, come l’olio di noci. Qui, quando si sposava un figlio veniva abbattuto un noce secolare e con il legno si provvedeva a costruire i mobili della nuova casa. Le noci venivano raccolte e spremute nei frantoi come le olive in altre terre. Un olio usato in passato sia come alimento che come combustibile per le lampade e, perché no, per la bellezza dei capelli delle signore.

Aosta è una città con 35 mila abitanti posizionata a circa 600 metri di altezza.

Passeggiai spensierato per la fiera e ogni tanto mi fermai per incontrare gli espositori, quelli dei sapori e quelli che hanno trascorso tutto l’anno a preparare le opere d’arte di legno da portare in città. In genere arrivano da tutta la Valle e alcuni sono bravissimi, i loro lavori ti lasciano a bocca aperta.

Ricordo un simpatico stagionatore,

mi presentò i suoi formaggi: quelli capra, di tre mesi, di un anno e di sei anni. Toma dalla media stagionatura e stravecchie di due anni, fontine prese appena prodotte e posizionate in grotta, dove c’è molta umidità per l’affinamento. Forme dimenticate per quattro, cinque, sei anni. Risultano formaggi forti, da intenditori, che vanno comunque accompagnati da altri ingredienti come per esempio le patate lesse, quelle di montagna.  Trovai poi dei produttori della Val d’Ayas con le loro produzioni: formaggi biologici come la Fontina bio, il Fromadzo e varie tome nonché yogurt e latte. Formaggi freschi e stagionati lavorati con latte prodotto in quota da e oltre i 1400 metri.

Per pranzo raggiunsi un punto di ristoro e mi ci buttai a testa bassa.

Era quello degli amici di Brissogne che cortesemente mi presentarono il loro menù. Salsiccette e salamelle alla piastra e in umido con polenta calda e fumante a iosa, affettati del territorio come il tipico Boudin (si prepara generalmente con lardo, patate, barbabietole, sangue suino o bovino e spezie) e i vini della Valle.

Dopo essermi ristorato mi soffermai presso un’altra postazione

per godermi del buon cioccolato. Sul banco vendita dolci a base cioccolato con frutta secca, riso soffiato abilmente preparati con la forma del classico gelato da passeggio. Bellissimi da vedere e squisiti al palato. Dal cioccolato alla classica Tegola valdostana. E’ una sorta di biscotto che si prepara con le nocciole tritate e, alcuni produttori, ci aggiungono anche le armelline amare. Le armelline si trovano all’interno dei noccioli di albicocca e vengono molto usate per la produzione degli amaretti. Uno dei più grossi produttori al mondo di armelline è l’Iran. Come nocciole in genere si usano quelle I.G.P. del Piemonte. Oltre alle tegole ricordo anche il Mécoulin il tipico pan dolce di Cogne con uvetta ottimo per la prima colazione.

Venne poi il momento del famoso Lardo di Arnad.

Oltre alle fette assaggiai una novità: una mousse di lardo realizzata senza le parti grasse e con sale e spezie, il tutto per affioramento e centrifugazione del lardo stesso. Un prodotto da spalmare, ottimo per il pane, le tigelle, la polenta o per cucinare come condimento.

Ebbi ancora il tempo per un’ultima tappa culinaria questa volta con gli amici di Quart.

Loro proponevano la zuppa di Quart una zuppa di verdura che cuoce ben 12 ore, iniziarono a cuocerla a mezzanotte del giorno prima. Poi c’era la fonduta di Fontina d’alpeggio con le patate, il cotechino con fagioli e patate, sei tipologie di vini tra bianchi e rossi, e gli affettati locali: Lardo di Arnad e Jambon de Bosses in primo piano e un piacevole dolce alle nocciole. Tutto buonissimo davvero e servito all’interno di uno stand di legno come segno di rispetto per la manifestazione a conferma che la Fiera di Sant’Orso vuol dire legno su tutto.

Mangiai parecchio lo ammetto.

Venne il momento di ripercorrere le vie centrali per uscire dalla festa, nel farlo vidi ancora sui banchi degli artigiani i simboli della fiera, i sabot, i galletti dalle rosse creste e bargigli, i rastrelli, la coppa dell’amicizia e la celebre grolla valdostana, penso alle tante giornate trascorse su questa terra, ai prodotti tipici, alla neve dell’inverno e il sole della bella stagione, ai grandi vini, il Lardo e la Fontina, gli alpeggi e i castelli. Una Valle straordinaria da vedere e da vivere. Pensai ai tanti agli amici valdostani e che anche quell’occasione Sant’Orso mi regalò delle belle emozioni.

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