VVV ovvero Viaggio nelle Valli Varesine

Quando arrivai a Cassano Valcuvia,

un piccolo comune lombardo della Provincia di Varese con circa 660 abitanti, raggiunsi il centro documentale “Frontiera Nord” dove ebbi modo di incontrare Marco Magrini: presidente della comunità montana, sindaco nonché veterinario. Fu lui ad erudirmi sull’importante passato storico della località legato sia alla prima che alla seconda guerra mondiale. Il centro, donato al comune dalla famiglia Giani in memoria del partigiano Marco Giani, è dislocato su più sale e propone la storia di quella che fu la line di difesa Frontiera Nord ovvero la Linea Cadorna.

Al suo interno reperti storici importanti relativi alla prima guerra

e legati alla formazione della Linea Cadorna a difesa dall’invasione dal Nord, linea in seguito utilizzata a partire dal 1943 dai partigiani durante la resistenza: allora fu il tenente colonnello Croce che si posizionò lungo le trincee della linea. Ne si ricorda il primo duro momento di battaglia sul monte San Martino quando le forze nazifasciste intervennero prima bombardando e poi con circa 3 mila uomini per contrastare le azioni partigiane. Ci furono molti morti e alcuni riuscirono a mettersi in salvo raggiungendo la Svizzera proprio utilizzando la vecchia linea. Oggi della linea abbiamo ancora molte testimonianze architettoniche, alcune recuperate, sviluppate in percorsi, camminamenti e gallerie visitabili su differenti livelli di difficoltà accompagnati delle guide preposte.

Nel centro, oltre le testimonianze storico belliche,

anche la documentazione relativa al territorio che è stato a tutti gli effetti riconosciuto come sito di interesse comunitario. Luoghi e sentieri, flora e fauna.  Dopo avere appreso le nozioni legate alla storia della Valle, sempre Marco, iniziò a parlarmi dei sapori della sua terra facendomi iniziare un viaggio, inizialmente virtuale e poi reale,  attraverso alcuni dei prodotti tipici territoriali ricordandomi anche che la Valcuvia è una parte di Lombardia situata a Nord della Provincia di Varese che rientra nel comprensorio delle Valli del Verbano: una ventina di Comuni e un territorio prevalentemente montano che arriva a lambire il Lago Maggiore con località come Luino e Laveno.

Chiacchierando incontrai così la Strada dei Sapori delle Valli Varesine,

allora l’ultima nata in regione Lombardia delle 12 Strade presenti, nata per volere delle due comunità montane della provincia, Verbano e Piambello, in collaborazione con il Consorzio della Formaggella delle Valli Luinesi.  Formaggio Dop dal 2011 a base di latte crudo di capra, unico in Italia con la Robiola di Roccaverano del Piemonte, ad avere il riconoscimento come produzione a latte crudo di capra. La strada contava al mio arrivo ben 126 soci tra Comuni, produttori, ristoratori e albergatori e aveva 3 percorsi sviluppati in modo da promuovere al turista le bellezze naturali, i sapori e i produttori, gli agriturismi e i luoghi culturali come il centro documentale di cui vi ho parlato. Prodotti tipici come l’asparago di Cantello, la formaggella Luinese, i salamini e il violino di capra, i mieli, il salame prealpino, il Merlot e altri.

Per trasformare il virtuale in reale

raggiunsi un altro piccolo Comune: Azzio, 800 abitanti circa. Mi recai presso l’allevamento di capre camosciate delle Alpi di Marco Pianezza per parlare di latte, materia prima della celebre formaggella dei vari formaggi di capra della zona. Trovai in stalla 200 capi di cui 180 in produzione latte mediante la doppia mungitura: quella della mattina e quella della sera. Per l’alimentazione degli animali utilizzati solo ingredienti naturali come l’erba medica, cereali e fieno di produzione aziendale. La media produttiva di latte pro capite 3 litri al giorno. Marco mi parlò della riproduzione che avveniva in stalla tramite monta naturale e della destagionalizzazione della stalla, ovvero non facevano partorire le femmine nei naturali mesi di gennaio e febbraio ma a fine settembre e ai primi di ottobre al fine di avere latte nel periodo invernale quando normalmente scarseggia nelle valli.

Quindi la caprette ingravidate nel mese di aprile

e pronte al parto dopo i 5 mesi di gestazione. La stalla con la capre risaliva al 1993 mentre antecedentemente a quella data la famiglia di Marco allevava bovini da carne. A pochi passi dall’allevamento un caseificio molto particolare gestito dalla moglie di Marco, Valeria Ciglia: naturalmente andai a curiosare. Del caseificio ne avevano parlato molti colleghi in quanto essendo una bio architettura era ed è definito il “caseificio di paglia”. Costruito in stile Nebraska o autoportante che significa proprio costruire con la paglia ha nelle sue pareti grandi mattoni di paglia, quella che mettono anche alle caprette in stalla per capirci,  ed è stata scelta tale modalità di edificazione nel rispetto ambientale. La paglia è un ottino isolante e consente al caseificio di produrre formaggi in temperatura costante senza sbalzi termici tra il giorno e la notte.

Chiesi a Valeria come fosse maturata l’idea della paglia

e lei gentilmente ammise che fu alquanto fortuita come iniziativa, dettata dall’avere trovato su di un giornale un trafiletto che parlava della tecnica in questione: folgorata sulla via della paglia! Nel particolare caseificio trovai caciotte, formaggelle, taleggi tutti rigorosamente di capra.

Mi spostai ancora e mi recai a Cunardo,

un paese famoso per le ceramiche, ma in realtà io ci andai per una pausa dal buon cibo in quanto incontrai Claudio Bossi un maestro di sci. Cunardo, 440 metri sul livello del mare, è stata la prima realtà che ha realizzato un impianto per l’innevamento artificiale solo per lo sci di fondo. Avevano allestito, grazie ai due cannoni spara neve, un percorso tecnicamente di media difficoltà dislocato tra le vie cittadine, ideale sia per i turisti che per gli allenamenti degli atleti.

Vi trovai tanti bambini sulla pista e Claudio mi ricordò che da 35 anni

in paese esiste un centro di avviamento allo sport riconosciuto dal Coni che propone lo sci di fondo ai ragazzi con scopi educativi e sociali e poi, perché no, chi vuole fare agonismo può farlo. Mi parlò anche degli ottimi risultati sportivi ottenuti dalla società nella sua storia e di una media di 100 ragazzi iscritti al centro di avviamento e non solo: più di 500 ragazzi per il progetto scuola sugli sci che propone agli allievi delle scuole, da Varese a Luino, l’attività dello sci di fondo durante le ore didattiche tutte le mattine. Uno sport che a Cunardo non si vive solo nel week end ma tutti i giorni, nel quotidiano, sia per gli abitanti locali che per quelli della città: Varese dista soli 10 minuti di auto.

Lasciata la pista da sci di Cunardo andai a Brinzio,

il primo paese della Valcuvia che si incontra arrivando da Varese percorrendo 11 Km circa, dove ad attendermi c’era Roberto Piccinelli all’interno di un meraviglioso museo della civiltà contadina nato dalla voglia di Brinzio di esprimere la sua vocazione agricola di un passato recente: dal territorio posto a sud di Varese fino all’alto lago e la Svizzera.

Usi e costumi contadini dunque e i relativi attrezzi con i quali sono stati allestiti gli spazi museali

suddivisi in sezioni: la terra, il prato, il bosco, la stalla. Poi le attività delle massaie e di riflesso la cucina e le lavorazioni artigianali tipiche dei paesi come il falegname, il cadregat (colui che costruiva le sedie), il maniscalco (colui che faceva le scarpe ai buoi da lavoro chiamate in Valle Ciap). Un museo ricco di migliaia di oggetti del passato inaugurato nel settembre del 2008 ma con una storia trentennale alle spalle, iniziata quando gli appassionati che lo gestiscono decisero di raccogliere nelle soffitte, nelle case, nelle discariche i cimeli, gli attrezzi, le testimonianze, tutti oggetti destinati alla sparizione.

Un’altra sezione del museo è stata destinata alla castanicoltura,

al mondo della castagna: “il pane dei poveri”. Questo anfratto della Valcuvia fino al primo dopo guerra e in parte fino agli inizi degli anni sessanta ha vissuto di patate e castagne, quelle castagne che per Brinzio erano un vanto. I pregiati frutti venivano conferiti in sacchi sulla piazza davanti alla chiesa e venduti per la produzione delle confetture. Le castagne dopo essere state raccolte venivano fatte essiccare e macinate, con la farina si produceva il pane.

Il museo è visitabile il sabato e la domenica nel pomeriggio ed è a disposizione delle scuole.

Per rimanere in tema di castagne incontrai gli uomini di una cooperativa consorzio di castanicoltori del territorio nato da circa 3 anni e con 15 soci. Parlai inizialmente con Luca Colombo il quale mi spiegò che stavano lavorando al recupero di una quindicina di ettari di una vecchia selva castanile (frutteto di castagne) proprio per riportarla alla sua antica funzione produttiva. Era fondamentale unire la tradizione all’innovazione in quanto ciò che si faceva mezzo secolo fa non era e non è più replicabile se non con l’ausilio di tecnologie moderne; meno persone e macchine per riuscire a dare comunque un minimo reddito all’operazione.

La castagna e in particolare i suoi derivati:

farina, la pasta, gli gnocchi, i dolci, la birra, le castagne secche e quelle lavorate a confettura, prodotti da utilizzare tutto l’anno e non solo durante la stagione della raccolta frutti. La pratica di un lavoro intelligentemente autoregolato da loro stessi mediante disciplinare per il rispetto dell’ambiente e dell’uomo. Tra i soci alcune aziende agricole e privati possessori di selve castanili.

Lasciai Luca per dialogare con l’agronomo che li seguiva, Massimo Raimondi,

lo feci per parlare anche degli aspetti negativi dell’intento ovvero le problematiche del castagno. Una pianta che ha sfamato per secoli la popolazione di molte terre italiane ma che si ammala facilmente, diverse patologie sia fungine che da insetti, così come per via del clima. Dopo il caso del cinipide che ha indubbiamente abbattuto la produzione in molte zone del paese a livello nazionale, quell’anno su quel territorio la siccità aveva favorito una patologia fungina di nome Ferza che di certo non aveva contribuito ad una buona produzione quantitativa. Massimo mi sottolineò che fare il castanicoltore non è facile e non ci si improvvisa.

Dalle malattie la chiacchierata abbracciò i macchinari utilizzati dai soci;

macchine che si erano fatti costruire appositamente dopo vari studi sulle esigenze lavorative e dopo approfondite ricerche sia in Nord Italia che all’estero. Una vera filiera che prendeva il via dalla novena (le castagne si mettono in acqua per 9 giorni) e passava alla calibrazione, poi l’essiccazione all’interno di un essiccatoio prototipo dentro il quale in 24/48 ore la castagna veniva portata al giusto punto di umidità (10/13%) per essere utilizzata in lavorazione e macinata tramite mulino. Un mulino a doppia macina in pietra e totalmente di legno (su idea austriaca) per garantire una eccellente farina. Come curiosità tecnica un altro prototipo: uno sbucciatore.

Durante i miei viaggi di lavoro

le mete sono quasi sempre programmate ma capita spesso di trovare dei fuori programma che riempiono l’anima e riscaldano il cuore. In quell’occasione ebbi la fortuna di imbattermi nell’antico mulino Barzago di proprietà della famiglia Rigamonti dal 1787 e di trovare al suo interno intento al lavoro di mugnaio Riccardo Rigamonti. I Rigamonti, originari di Barzago Brianza, da cui il nome del mulino, lo acquistarono in quel tempo dagli Aimetti.

Funzionante da allora il mulino usa la forza motrice dell’acqua di provenienza dal lago di Ghirla,

un piccolo lago di origine glaciale, grazie ad una deviazione realizzata appositamente per fare girare la grande ruota che mette in moto gli ingranaggi. L’acqua dopo avere svolto il suo lavoro di forza motrice si rituffa nel fiume Margorabbia per poi raggiungere il lago maggiore a Luino.

Unico ad acqua rimasto funzionante in tutta la Lombardia il mulino

è un pezzo di storia straordinario da tutela e conservare. Il Signor Riccardo me lo fece vedere intento nel suo lavoro di preparatore di farina per la polenta facendomi notare tutti i particolari rimasti intatti nel tempo. Una vera opera d’arte della civiltà alla quale lui regolarmente si adopera per la manutenzione di tutte le parti meccaniche: da vedere assolutamente in quanto unico.

Se vi capitasse di passare da quelle parti prendetevi una pausa e godetevi le peculiarità del territorio, troverete storia, cultura, tradizioni e tanti buoni sapori.

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